Ucronia di Natale

di Alessandro Forlani

Vezio si accostò alla portantina, lo scriba si sporse con l’indice al labbro:
«La febbre è scemata, è riuscito ad addormentarsi.»
Nel puzzo dell’abitacolo, su coltri scomposte, era steso il Procuratore esanime e cereo. L’etera lo accoglieva nel seno grande, lo confortava con un impacco alla fronte.
Il centurione tornò in testa alla colonna, il decurione gli fece posto fra i ranghi: non smetteva di fissare feroce quel palmeto che infittiva a bordo pista.
Vezio sbirciò: un indigeno a cavallo, con la daga alla cintola, li spiava nascosto fra i datteri.
«Ci provi», sprezzò il centurione. Le dita gli prudevano sull’elsa del gladio.
«Lui come sta?», s’informò il sottoposto.
«Starà meglio appena fuori ‘sta provincia di merda. Poveracci, quelli che vengono a darci il cambio.»
«A noi dove ci mandano?»
«In Germania, mi sa.»
«Ercle!», l’altro incupì. Vezio gli batté sulle spalle:
«Credimi, ci ho già fatto tre anni: meglio quei selvaggi sanguinari, i boschi e la neve di ‘sti iugeri di sabbia, ‘sti intriganti codardi, le loro beghe di religione.»
L’indigeno spronò da quell’acquatto di palme. Sparì nel deserto.

Sholem accartocciò nel braciere l’ennesima pergamena sbagliata: il profumo dell’inchiostro cerimoniale si sparse con il fumo fra le volute del tempio. Annebbiato dalla novena di penitenza e digiuno il Rabbi faticava a trascrivere i salmi.
«Daccapo», ordinò all’apprendista, «e accendi altri ceri, c’è bisogno di luce.»
Il giovane portò nel circolo un altro hanukkiah, risciolse infastidito i rotoli dell’Almadel. Shelom lo punì con uno schiaffo.
«Maestro», l’apprendista piagnucolò, «non capisco: tante volte abbiamo operato la Chiave con i sigilli con errori e cancellature.»
«I demoni sono bestie cui l’Altissimo ci concede di porre il giogo con la scienza di Salomone; gli angeli sono fatti della Sua stessa sostanza: la minima imperfezione è sufficiente a ridurci in cenere.»

Ruben legò il sauro a un piolo della tenda. Si prostrò innanzi a Bashir che ingollava falafel. Il capo beduino allontanò le due mogli, le concubine etiopi; l’enorme Zaccaria gli si piantava di fianco, posava sulla stuoia quel mostruoso bastone.
Ruben riferì col fiato grosso:
«Marciano. Prima di notte passeranno in Shomron.»
«Poco dopo, assalterai con i tuoi uomini la carovana straniera.»
«Non ho abbastanza forze, munifico Bashir.»
«Hai però troppi debiti nei miei confronti. I tremilacento sicli che mi devi, le greggi, valgono molto, molto più dei tuoi sgherri e di te. Perciò stanotte farai questo per me.»
Ruben, con la faccia schiacciata al tappeto, udiva la voce del crudele predone, ma vedeva solo i muscoli e la clava di Zaccaria, scheggiata dai tanti crani spaccati, incrostata d’inconfondibile bruno.
«Non voglio dispiacerti, generoso Bashir: ma assalire una carovana di ambasciatori!… ci saranno soldati.»
«Questi sono eccentrici, viaggiano senza scorta. Tre vecchi. Li rassicura il controllo romano sul territorio. Il re non è contento di accoglierli. Con il cambio di consegne, stanotte, i romani sono fuori dai giochi; Erode non s’interessa che a quella bimba, figurarsi se indagherà su un incidente del genere: viaggiare è pericoloso. Qui stanotte i padroni siamo noi. Saccheggiami la carovana, e il tuo debito è estinto. Sei capace di accoppare tre vecchi, Ruben?»
«Resterai soddisfatto, magnanimo Bashir.»

Eren sporcava la caraffa di vino con le mani ancora bianche di calce, Moran ripiegava la stola funebre. Suo fratello guardava fuori, poco discosto la casa, la stalla dismessa del cognato defunto, ascoltava il muggito dell’unico bue.
«Perché non vendi questa casa e vieni a stare con mia moglie e me? Ora sei vedova.»
«Vendere a chi? Ormai da queste parti vivono solo samaritani, non vendo a quegli impuri la casa di mio marito.»
«Esageri, è brava gente. Ti farebbero un’offerta onesta.»
Moran sputò.
«Che farai del serraglio? Non sei pratica di bestiame.»
«Ne ho discusso con Isaac poco prima che morisse: lo trasformo in un ostello, frutterà qualche siclo.»
Eren tossì con il vino di traverso:
«Proprio tu che disprezzi tutti, vuoi accogliere forestieri?»
«S’intende, gli stranieri perbene. Mica per esempio quei pezzenti del nord, che ammanco si lavano e che brigano di politica.»
Eren sorrise, svuotò la caraffa. Abbracciò la sorella, le arruffò i capelli grigi:
«Fa buio, m’incammino: stammi bene Moran. Non lasciare che ti avveleni la solitudine. Io verrò a trovarti ogni volta che potrò.»

I turiboli sfiatavano incenso, Sholem intonava l’ultimo salmo di evocazione.
Qualcosa si formava nei vapori di aloe.
L’Angelo apparve in un’eruzione di occhi, un disordine di ali, un groviglio di fauci; graffiava il triangolo di sangue d’agnello sul pavimento che salvava la realtà dal paradosso della sua presenza.
L’apprendista stramazzò con un rantolo.
Una bocca femminile carnosa si apriva nell’addome dell’orrore luminoso, schioccava nove lingue, si aprivano in buccine; dalle gole d’oro e carne di quei nove strumenti spingevano, come da un utero di partoriente, altrettante testoline sanguinanti e mollicce. Le teste bruciavano di riccioletti di fiamme, spalancavano le nove ciglia di un occhio che brillava nelle fronti di nove feti piagnucolanti, le altre palpebre cucite con corde d’arpa.
Sholem cantò la formula per sostenerne lo sguardo: ma quelle accecanti, smeraldine pupille stornavano da lui e guardavano altrove.
Anzi il Rabbi si accorse esterrefatto che i colli dei bambini si stiracchiavano nelle trombe, l’essere si torceva sulle appendici spaiate: tutto intento a sbirciare da una finestra nel vuoto del deserto e della notte nel meridione.
Sholem sciorinò la contrizione rituale: l’angelo lo interruppe con eloquio di cembalo:
«Che cosa chiedi, buon servo dell’Altissimo? Sii breve, vieni al sodo. Il rituale mi costringe ad apparirti e risponderti: quaggiù nel vostro mondo, nell’ombra di Malkuth, cionondimeno questa notte gli spiriti del mio ordine sono impegnati in tutt’altre faccende. Urgenti, mi pare si usi dire.»
L’Angelo ardeva l’imperfetta realtà: la nube puzzolente di spaziotempo che inceneriva sfogava dai lucernai e si addensava sull’edificio; un greve, tenebroso nembo che il vento spingeva fuori le mura di Yerushalayim, soffocava tutto il cielo di Yahuda.

Ruben stava chino a un cespuglio, stretto a Shimon con il sasso nella fionda; Jeudah fra le fronde di ulivo teneva la pista sotto tiro dall’altro lato.
La luna rischiarava il deserto, la notte sfolgorava di stelle. Sfiorava l’orizzonte quell’infausta cometa.
«Capo, dovevi scegliere un’altra notte: non ci sono le condizioni», brontolava il compare.
«Se questa va male», Ruben sibilò, «non avrò un’altra notte. Nemmeno voialtri.»
Una coltre furibonda e nera d’un tratto offuscava la spianata. Ruben e compagni divennero invisibili.
Le tenebre tintinnarono di campanelli, blaterarono tre cammelli. Il vento ne portava l’odore, con profumi di resine e chiacchiericcio persiano.
Affiorarono dal buio tre tremule lanterne.
Nell’alone color oro si spiegavano tre manti, spiccavano tre tiare, brillavano i pomelli di tre mistici scettri.
Ruben riconobbe nel baleno tre anziani solenni, maestosi, stranieri: i tratti, l’incarnato, le fogge dei monili, le barbe acconciate, l’henné d’intorno agli occhi, erano quelli dei sacerdoti di oriente. Uno era negro. Procedevano distratti con lo sguardo alle stelle.
Le nubi si gonfiavano, oscuravano gli astri, spariva la cometa che puntava su Beit Lehem.
Gli anziani trasalivano, tiravano le briglie, spiegavano incunaboli nei lumi di lanterna. Parlottavano smarriti.
Ruben urlò l’assalto, i proietti fischiarono; lui snudò il coltello, saltò dal nascondiglio.

Moran inchiodava quel cartello allo steccato, si colpì un’altra volta le dita. Gettò esasperata l’avviso e il martello ai piedi di quell’uomo che sbucava da dietro l’angolo.
L’uomo raccattò l’utensile, sorrise, la scostò. Scelse un chiodo dalla scatola d’attrezzi, raccolse il cartello: in un attimo lo fissò alla staccionata; all’ingresso della stalla si lesse affitto stanze.
«Grazie straniero», sbasoffiava Moran con il pollice tumefatto nella bocca sdentata, «tu ci hai mestiere.»
«Buona vecchia, è valida quest’offerta? Viaggio con mia moglie, ho bisogno di asilo.»
Moran sbirciò dietro le spalle dell’uomo: una ragazza con il ventre rotondo ciondolava sulla groppa di un asinello.
Studiò le loro facce, le vesti, l’accento.
«Da dove venite?»
«Siamo esuli dalle Dieci Città.»
Ecco, ci ho visto giusto: due balordi di Galii. In viaggio per chissà quali loschi motivi. Gentaglia. Alla larga.
«Mi dispiace», grugnì Moran, «l’ostello non è agibile.»
«Vi supplico, brava madre: ne abbiamo un disperato bisogno. Mia moglie partorirà, accadrà questa notte: all’addiaccio ne morirebbe», due bastardi galilei di meno, «Pagherò più del doppio.»
Moran spinse l’uomo sulla strada, lo guardò prendere le redini al ciuco e incamminarsi nel deserto che abbuiava. In sella la ragazza si piegava in lacrime; quei pianti da vittima delle sgualdrine della sua razza.
Quando vide scomparire gli stranieri nella fredda oscurità delle sabbie Moran rientrò, tirò i catenacci.

L’Angelo scalpitava di andarsene, Sholem sudava ad attrarne l’attenzione. Non era come altre volte quando il giudizio di quegli spiriti gli pesava sull’anima per la durata dell’evocazione: quest’essere si annoiava.
Il Rabbi srotolò una pergamena di appunti sui passaggi del Sepher che non riusciva a interpretare, supplicava la creatura celeste di educarlo a quei misteri insondabili.
L’Angelo gemeva da nove gole di fantolino, il pianto svaporava nella cappa che si addensava nei cieli della regione.
«Mi duole buon rabbino, la cabala s’interrompe. Stanotte tessiamo un’altra trama del mondo, l’ordito tuttavia s’è guastato: poiché tu m’impedisci nei miei compiti. Non immagini quale danno all’umanità causino la tua scienza e la mia negligenza.»
Gli artigli, le dita, le vibrisse dell’Angelo battevano disperate la prigione di sangue. Sholem intonava l’incantesimo di congedo.
Ma tacque.
Perché ci fossero le condizioni di evocazione avrebbe dovuto attendere altri quindici anni: da vecchio, era folle sperarne uno. E poi la seccatura di trovare un apprendista, che come l’ultimo e i precedenti sarebbe morto terrorizzato. Sceglierlo capace, la fatica di istruirlo.
«Solo un’ora, poche domande: esaudiscimi, Sostanza di Dio.»
L’Angelo obbediva con le lacrime nei mille occhi.

Ruben ripuliva la daga.
Gli sgherri gettavano i tre cadaveri nudi in un canale d’irrigazione, li occultavano con le palme. Shimon si fermava a tranciare le barbe, Jeudah accarezzava i peli morti: gli unguenti gli luccicavano sulle dita arrossate.
«Erano ricchi fino al buco del culo: varranno pur qualcosa anche queste.»
Trovarono nelle bisacce tre scrigni sbalzati, Ruben li violò con il coltello: tre misere manciate d’oro, d’incenso e di mirra rovinarono nella sabbia, le sparsero fra i piedi. Aggiunsero i bauletti al bottino di gioielli, di vesti, di fiale, d’impiastri prodigiosi; tabacchiere con i nomi Balthasar, Caspar, Melchior e rotoli manoscritti e strumenti da astrologia.
«Che parte ci spetta di questo ben di Dio?»
«La vita», Ruben impallidì.
Spronarono nella notte verso il campo di Bashir.

Il ciuco si piegò sulle ginocchia, la ragazza cadde riversa sulla rena gelata. L’uomo la abbracciò, lo investì un getto caldo: le acque colavano fra le cosce di lei.
«Aiutami Josip…», le parole le si spezzarono in un urlo straziante: quel volto luminoso, liscio, di bambina, aggrinziva nelle tenebre in una prugna di sofferenze.
Lui terrorizzato la chiamava, «Mariah!», lei gli si torceva nell’abbraccio riempiendo di grida le dune inabitate. Il vento li sferzava, rapiva quel dolore: dal buio rispondevano gli ululati degli sciacalli, i sibili dei serpenti, gli zilli delle locuste.
L’utero le si gonfiava, pulsava; Josip impazziva d’impotenza nel vuoto. Non c’erano acqua né teli né fuoco, la burrasca gli impediva un falò. Non aveva strumenti per squarciarle l’imene: che, seppure non ci credesse nessuno, lei aveva intatto da gravida.
Il bambino la uccideva da dentro, le moriva soffocato nel ventre.
Le grida affievolirono in un rantolo, Mariah si rovesciò con un’orribile convulsione, stramazzò sulla sabbia.
Si allargò dal suo cadavere una pozza viscosa.
Josip crollò in ginocchio nel niente. La terra gli crepò tutt’attorno, il cielo rimbombò di un temporale.
Scrosciava salato.

Vezio, ai confini di Samaria, scorse le aquile di Dodicesima Fulminata scintillare nelle fiaccole della legione. L’Eques in testa marciava innanzi agli altri, trottò per la colonna. Tirava le briglie di fianco alla portantina.
«Lui è quello nuovo? Non sembra granché.»
Vezio smorfiava quel mantello troppo candido, la lorica pulita, quel profilo sfuggente; la figura tutta nervi del debole e indeciso.
L’uscente procuratore si sporse dalla cabina, ilare, colorito: l’aria di un’altra terra sembrava avergli giovato. Salutò il successore:
«Ave, Ponzio Pilato. Benvenuto in questo schifo di paese.»
«Mi hanno detto che stavi male, ho accettato di rimpiazzarti; mi accorgo che mi hai fregato: c’è qualche grana, non è così?»
«Sto davvero poco bene, torno a Roma a rimettermi. Tranquillo Pilato, da queste parti non succede mai niente: nessuna responsabilità, mai presa una decisione.»
«Non mi piace decidere», quell’altro stizzì. E accettate le consegne dallo scriba schioccava a uno schiavo, comandava dell’acqua, tenne i polsi immersi nel bacile.
Scrutava preoccupato l’orizzonte di Giudea.

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Alessandro Forlani
Sedicente scrittore, nato negli anni ’70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX e XX. Nerd, roleplayer e alchimista, ciò ne fa immancabilmente un autore di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e chiacchiera di multimedia; di notte, che dovrebbe fare l’artista, piuttosto va al cinema, legge fumetti, gioca a soldatini, ascolta musica barocca e poi va a dormire: perché crede che sia più sano scrivere così.
Il Grande Avvilente

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(marco manicardi)
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Una risposta a Ucronia di Natale

  1. Samuel Zarbock ha detto:

    Piace molto :)

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