Beppe

di Lia Finato “Zazie”

Insomma, io avevo sette anni e le codine ed ero piena di immaginazione e ogni tanto andavo da Beppe che stava sempre seduto sulla panchina, andavo da lui perché sapeva raccontare le storie e gli dicevo: Beppe, mi racconti la storia di quella volta del marziano?, e lui mi diceva: Non è una storia, è la Verità; e allora io gli dicevo: Va bene Beppe, mi racconti la storia della Verità di quella volta del marziano?
Lo facevamo sempre, di dire così, proprio così, tutte le volte, in fila.
E poi lui iniziava a raccontarmi.

– Hai presente che la terra è in un sistema solare? Bene. Allora: c’è il sole in mezzo, poi ci sono i pianeti che gli girano intorno, e il primo pianeta che gira intorno al sole è…
– Mercurio, dicevo io.
– Brava, diceva lui. E poi c’è Venere, poi la Terra, poi Marte, e poi tanti altri pianeti, che però adesso non è importante.
– Sì, dicevo io.
– E sulla terra c’è la vita perché la Terra si trova proprio proprio nella distanza perfetta dal sole, perché non sia né troppo caldo né troppo freddo. Giusto?
– Giusto, dicevo io.

Muoveva le mani imitando il giro dei pianeti, mi piaceva guardare come muoveva le sue mani nodose, per me era un poeta, anzi di più, era un attore, un attore perfetto, e quando raccontava, praticamente tu ti trovavi là dove stava raccontando lui.

– Bene, ma non è sempre stato così, continuava Beppe.
– No? Dicevo io.
– No, diceva lui, asciugandosi i lati della bocca con un gesto lento delle dita e preparandosi a raccontare la Verità.

– Tanto tanto tempo fa i pianeti erano molto più vicini al sole, quindi Marte si trovava esattamente dove adesso si trova la Terra e una volta, su Marte, c’era la vita, proprio come ora sulla terra, qui dove siamo io e te. Sai come faccio a saperlo?
– No, dicevo io.

Cioè, io lo sapevo il perché, Beppe me lo aveva già raccontato un sacco di volte, ma ormai le mie risposte facevano parte del racconto, era diventato un botta e risposta con delle regole fisse, e infatti poi lui si faceva serio e diceva:

– Io lo so perché una volta me lo ha detto un Marziano. Un giorno che avevo circa la tua età stavo andando a scuola, e per andare a scuola dovevo fare un po’ di strada a piedi da solo. E mentre stavo camminando per i fatti miei, con la mia borsina per la scuola con dentro il pane, il formaggio, una mela, un quaderno, una matita, dei fogli stropicciati, un pezzo di pane secco del giorno prima, la letterina d’amore della Barbarina che diceva che mi amava, ci aveva fatto anche un disegnino, aveva disegnato un fiorellino, mi aveva detto: Beppe, io adesso il fiore te lo disegno ma quando viene la primavera te lo porto vero. Mentre stavo camminando per i fatti miei, cioè, anche io l’amavo, alla Barbarina, ma siccome non sapevo disegnare, e neanche scrivere tanto bene, non le ho mai dato un bigliettino. Forse ho fatto male, non so.

Beppe passava in un attimo dal racconto dell’universo, quello fuori, lontanissimo, al racconto dell’universo dentro il suo cestino, lontanissimo anche quello, in verità. E ogni volta dentro il suo cestino c’era un universo diverso. Stavolta mi stava parlando della Barbarina, ma il contenuto del suo cestino variava ogni volta. E io lo ascoltavo e lo guardavo incantata, con le mie codine che pendevano da una parte e dall’altra della testa e con gli occhi e la bocca spalancati, e i piedi che dondolavano perché non arrivavano a terra.

– Insomma, mentre camminavo verso la scuola, anche se io non avevo mai voglia di andare a scuola, ma ci andavo lo stesso, chissà poi perché non mi fermavo a farmi i fatti miei, invece, a dare i calci ai sassi e farli finire nel fosso. Non lo so, sapevo che dovevo andare a scuola e non è che mi mettessi a discutere, a farmi pensieri diversi, mi rimaneva la voglia dei sassi e del fossato ma a scuola ci andavo e zitti. Insomma, io quel giorno camminavo per i fatti miei e a un certo punto vedo una cosa grande strana, davanti a me. Prima non c’era e invece adesso, tutt’a un tratto, c’era.

– Mentre ero lì che guardavo questo aggeggio grande e strano che mi sembrava la casa gigante di un paguro, si è aperta una porta ed è scappato fuori un signore molto molto alto. Era tutto pelato. Mi ha visto subito, c’ero solo io, poi si è avvicinato, si è abbassato e mi ha detto: Ciao, io sono un Marziano e vengo da Marte, a essere precisi vengo dal passato di Marte.
Io gli ho detto: “Ciao, mi chiamo Beppe, vengo dal pianeta Terra, e nel qui presente sto andando a scuola, ché nel pianeta Terra siamo obbligati, scusa se non mi fermo a chiacchierare con te ma mia mamma non vuole”.

Perché, sai, mi era venuta anche un po’ paura, a vedere un uomo pelato che esce dalla porta della casa del paguro gigante, che prima non c’era e dopo, tutt’a un tratto, c’era. Ero un bambino di paese, non è che succedessero queste cose, dove abitavo io. Magari nelle grandi città succedeva spesso che gli uomini alti e pelati uscivano dalle conchiglie giganti e dicevano Ciao, vengo dal passato. Invece per me era la prima volta. Quel giorno improvvisamente mi era venuta una gran voglia di andare a scuola, e anche di corsa. E infatti mi ero messo a correre. All’inizio non ho capito subito perché stessi fermo immobile nonostante le gambe si muovessero velocissime. Poi mi sono accorto che il Marziano mi teneva sollevato per la camicia, allora ho smesso di agitarmi e mi sono arreso; ho idea che così moscio e tutto penzolante, appeso nelle enormi mani del signore alto, sarò sembrato un sacco vuoto, ma la cosa non mi interessava molto. Di come sembravo, intendo.
Avevo più una sensazione del tipo: quando lo racconto alla Barbarina, che mi ha rapito un marziano, sì che la impressiono. E mi è uscita una piccola smorfia di orgoglio. Poi però mi è venuto un altro pensiero che è stato: adesso questo uomo mi mangia, sono morto. Chissà quando lo dicono alla mia mamma, che mi ha mangiato un marziano, cosa penserà. Penserà che Appena Beppe torna a casa lo riempio di botte, a fermarsi a parlare ai marziani invece di andare a scuola. E allora, a pensare a mia mamma, mi sono messo a piangere. Intanto però lui mi aveva portato dentro a quell’affare grande, mi aveva fatto sedere su un tavolo e mi aveva dato da bere una roba che sembrava acqua, sia a vederla che a berla. Forse era proprio acqua. Acqua marziana.

– L’acqua marziana era molto buona e io l’ho bevuta senza fare tanti complimenti perché mi si era asciugata tutta la bocca dalla paura.
Poi il marziano ha iniziato a dirmi che veniva dal passato, un passato molto lontano, molto molto lontano, un passato in cui il nostro sistema solare era diverso. Nel passato da cui veniva, e nel quale sarebbe tornato presto, Marte si trovava dove adesso c’è la Terra, cioè alla distanza perfetta dal sole per permettere la vita, la terra era nel posto occupato adesso da Venere, e la vita non c’era, e così via. Era tutto più schiacciato verso il Sole. Mercurio era talmente vicino al sole che era praticamente un rotolino di lava sciolta roteante. Io ho appoggiato il bicchiere sul tavolo, l’ho guardato e ho detto: Eh?
Avevo otto anni e non sapevo neanche leggere e scrivere bene perché ero un po’ somaro, come scolaro; figurati se capivo quello che mi stava dicendo. La Terra, Venere, il passato… bah.
Non so perché avesse scelto me, come persona da informare di quei fatti scientifici, comunque poi l’uomo pelato mi ha detto (nel senso, non è che ha proprio parlato, sentivo le frasi nel cervello ma lui la bocca non la apriva, mi metteva i suoi pensieri nel cervello, qui, direttamente tradotti in italiano) mi ha detto che la sua specie era simile alla nostra ed era arrivata, in quel tempo passato, a scoperte scientifiche straordinarie e quindi riusciva a viaggiare attraverso l’universo in un modo che gli uomini ancora non potevano capire, che loro conoscevano meglio il tempo, lo spazio e tutto l’ambaradan macro e micro. E che quello non era il primo viaggio-salto che faceva, ma che anzi, spesso gli piaceva farsi un giretto per l’universo, così, un po’ per curiosità personale, un po’ per vezzo, un po’ per fare le ferie. Poi quell’uomo mi ha dato un foglio, mi ha detto “Conservalo anche se adesso non capisci, un giorno ti servirà e quel giorno ci rivedremo perché anche gli esseri umani, come noi allora, un giorno non lontano avranno una conoscenza e una tecnologia tale che sapranno viaggiare nel tempo, ci si stanno avvicinando parecchio. Allora forse potrai tornare a trovarmi nel passato”.

Poi mi ha accompagnato alla porta, mi ha detto “Ciao”, sempre direttamente nel cervello e in italiano, ed è scomparso. Evaporato. Dissolto. Lui e il suo aggeggio.

– E tu Beppe, poi ci sei mai andato a trovare il marziano nel passato?
– Non ancora. Però so che la scienza sta arrivando a capire delle cose, per esempio, metti che scoprono che l’universo è fatto a forma di spirale, in modo che, per viaggiare nel tempo, invece di andare avanti e indietro, basta per esempio fare un saltino e ci si trova in un altro “momento” dell’universo. Quindi tutti i momenti sono presenti, in verità, e quindi basta trovare il sistema di fare il saltino e, al momento giusto, vai dove (o quando) credi. Poi, per tornare, aspetti il momento giusto per rifare il saltino, in modo che può anche risultare che non sei mai andato via. Però non so, non sono mica uno scienziato, io. Ma sei ancora piccola, lo capirai.

Certo, siamo sempre troppo piccoli, noi piccoli.
Era vero che Beppe non era uno scienziato, però per me era il miglior poeta del mondo, anzi, era un attore perfetto, un attore-poeta. E un viaggiatore: io con lui viaggiavo tantissimo, su quella panchina, dondolando le gambine che non arrivavano nemmeno a terra.
Comunque poi chiedevo tutte le volte a Beppe di prendere e farmi vedere il foglio del marziano; allora lui prendeva goffamente il portafoglio dalla tasca dietro dei pantaloni, piegandosi un po’ di lato, e con le sue dita nodose cercava dentro una taschina il fogliettino tutto piegato. Poi lo tirava fuori, lo apriva piano piano e me lo faceva vedere, rigorosamente dalle sue mani. Sopra c’era una serie di lettere e numeri piccoli che mi facevano un sacco ridere perché formavano un disegno, sembrava l’immagine di una conchiglia di paguro sezionata, una spirale con tante stanzette. E io immaginavo che quello fosse l’universo e che l’universo fosse come l’interno della casa del paguro, ogni stanzetta era un “momento” e quindi passare da un tempo/spazio all’altro era come saltellare da una stanzetta all’altra. Matematicamente parlando.

– Ma Beppe, chiedevo sempre io alla fine, Non hai mai dato a qualche scienziato il bigliettino del marziano?
– No, deve restare un segreto tra me, te e il marziano. Capito? Giura di non dirlo mai a nessuno.
– Beppe, non si deve giurare.
– Allora Prometti.
– Promesso. Ma come farai ad andare a trovare il Marziano se non dai il foglietto a qualche scienziato?
– Ci penserò. Magari un giorno telefono a uno scienziato e ce lo porto, va bene?
– Va bene.
-…
– Beppe, domani me la racconti ancora la storia del Marziano?
– Non è una storia, è la verità.
– Giusto. E me la racconti di nuovo?
– Va bene, va bene, domani te la racconto di nuovo.
Grazie Beppe, ciao. A domani.

__________
Lia Finato “Zazie”
Quasi quarantenne mamma e moglie, frequenta per lavoro gente molto saggia di età compresa tra i tre e i sei anni, imparando un sacco di cose. Il resto del tempo non le basta mai.
glistupidipensieri

Annunci

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in 1. ennesimo ebook. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...