I nuovi ricordi

di Salvatore Mulliri “Isola Virtuale”

Era giusto un anno che lui se n’era andato.
Per lei era stato come risvegliarsi in piedi sull’orlo di un precipizio. Da una parte c’era il mondo, dall’altra un abisso senza fondo. Non era rimasto niente delle loro consuetudini, dell’amata quotidianità.
O forse sì, una ferita che s’era aperta il giorno della sua morte improvvisa.
Persino quella casa che avevano comprato, la mansarda con la vista sul borgo antico, sembrava fosse diventata precaria e instabile nonostante le solide pietre sapientemente scolpite da scalpellini medievali.
Tutto il resto, soprattutto quello che lui aveva creato con la sue allegre manie di inventore dilettante, si rompeva.
Era come se, dopo la sua morte, le cose si fossero rassegnate a smettere di funzionare.

Fu per disperazione che lei decise ad aprire il pacchetto che lui le aveva lasciato ma che lei aveva abbandonato in un cassetto della credenza restaurata dalle sue belle mani. Per ripicca.
Perché lui l’aveva tenuta all’oscuro della sua malattia. Magari in quella lettera c’erano le scuse per averla abbandonata da sola davanti a una strada interrotta.
In realtà c’era solo una lettera, scritta a mano in uno di quei fogli a quadretti che lui amava tanto e un piccolo aggeggio di fattura artigianale, una specie di scatoletta di metallo delle dimensioni di una saponetta. Sulla parte superiore del coso c’erano due spie, una verde e una rossa, in mezzo un piccolo pulsante. Da un lato spuntavano un paio di cavetti: il primo terminava con un microfono miniaturizzato, l’altro con due auricolari. Nella lettera, con la sua scrittura chiara e un po’ infantile, poche righe per spiegare il funzionamento dell’apparecchio:

“Carissima, questa è la mia ultima invenzione, l’ho chiamata Stimolatore Mnemonico Ipnoinducente. Serve a rendere più vividi i ricordi (e forse a qualcos’altro). Il suo funzionamento è semplicissimo: basta premere il pulsante centrale. La prima volta che lo azionerai si accenderà una luce rossa. Allora dovrai parlare nel microfono finché non si spegnerà la spia. Dovrai raccontare i ricordi che vuoi rendere più vividi e descrivere ogni particolare che ti viene in mente. Non preoccuparti per l’esatta successione cronologica: la macchina non funziona in quel modo. Perciò racconta a ruota libera. Quando si accenderà la luce verde indossa gli auricolari e sentirai una specie di pulsare con un fruscio di sottofondo, vuol dire che la stimolazione delle onde Alpha è iniziata. Dopo un po’ ti sembrerà di rivivere sin nei minimi dettagli i tuoi ricordi. Spero che funzioni. Con me funzionava.”

– Un’altra delle sue stupide invenzioni – pensò lei indispettita, ma il giorno dopo azionò il pulsante e si decise a parlare nel microfono.
All’inizio erano solo commenti sarcastici contro di lui e le sue invenzioni mal riuscite. Poi i ricordi presero il sopravvento e il suo racconto al microfono divenne un appuntamento quotidiano. Smetteva solo quando udiva la sua voce risuonare solitaria tra le mura del soggiorno, solo allora la sua foga si arrestava e rimaneva ad ascoltare le rondini tra i tetti mentre fissava ipnotizzata quella luce rossa insaziabile di ricordi.
Però lei sentiva che tutto quel raccontare le stava facendo bene: l’abisso, quella mancata promessa di una vita insieme era sempre presente, ma sembrava meno profondo, come quando la foschia sale dalle valli in autunno nascondendo i campi, i frutteti, un fiume e chissà cos’altro.
Un giorno, mentre lei era a metà di un racconto, la famelica luce rossa si spense e quella verde iniziò a lampeggiare. Per un lungo istante lei rimase a guardarla senza sapere cosa fare, poi si decise a mettere gli auricolari.
Le parve di non sentire niente, infine, come da una distanza infinita, le sembrò di udire un pulsare profondo quasi al di sotto della soglia dell’udibile. Rimase una buona mezz’ora, fissando il soffitto bianco, senza provare altro che la propria impazienza.

Solo un’altra volta era stata così impaziente. Quella volta in cui lui doveva passare a prenderla per andare al mare e lei aveva dovuto aspettarlo per un’ora, vestita come la perfetta villeggiante di una rivista di moda, nel marciapiede sotto casa. Ricordò perfettamente la borsa che portava, il profumo dell’olio solare, l’ombra del cappello di paglia sugli occhi, ricordava tutto come se durante quell’impaziente attesa le sue retine avessero impressionato una pellicola fotografica sensibilissima. Poi lui arrivò e lei guardò quel viso che niente poteva farle dimenticare. Si soffermò con stupore su ogni particolare: le labbra sottili perché sempre atteggiate in un mezzo sorriso, il complesso disegno delle rughe intorno agli occhi allegri, lo sguardo da ragazzino condannato dentro il corpo di un cinquantenne ma con la prospettiva di un’ora d’aria. Ogni dettaglio era perfetto come quando l’aveva visto, solo che allora le erano sfuggiti, sommersa com’era dall’impazienza e dall’orgoglio ferito, forse troppo impegnata a essere delusa per soffermarsi su quell’intenso frammento di presente che stava vivendo.
Quando la spia verde si spense, l’illusione di rivivere il passato svanì d’incanto.
La macchina funzionava, ma ora era nuovamente affamata delle sue parole.
Galvanizzata dalla scoperta, lei riprese a raccontare tutto quello che ricordava aspettando con ansia che si accendesse la luce verde.
Passarono i giorni, scanditi unicamente dall’alternarsi della luce rossa con la verde, dai lampi iperrealistici di ricordi che illuminavano lo scorrere sbiadito della realtà e della vita quotidiana.
E infine successe qualcosa che non aveva previsto.
Non seppe mai se fu la macchina o il suo modo di raccontareche scatenò il cambiamento. A un tratto, quando si accese per l’ennesima volta la luce verde, quello che fu evocato dagli auricolari non fu più qualcosa che apparteneva alla memoria. Erano ricordi “nuovi”. Vicende che lei non aveva mai vissuto insieme a lui. Erano ricordi di luoghi, persone, avvenimenti che non appartenevano al loro comune passato. Lei ne era sicura: non erano mai andati insieme a Trieste e meno che mai su quel tram a cremagliera che porta sopra la città. Eppure anche questa volta i dettagli erano perfetti. Lui era come se lo ricordava. Con una delle sue polo sgargianti per le quali andava matto e forse un po’ meno capelli. Ecco, in realtà in quel ricordo c’era qualcosa di sbagliato: lui sembrava un po’ più vecchio rispetto all’ultima volta che l’aveva visto vivo.
Questo fatto le diede da pensare. Alla fine la spiegazione poteva essere una sola. Quella macchina…
Quella strabiliante macchina, non solo rendeva più vividi i ricordi, ma ne creava di nuovi. Nuovi attimi mai accaduti da rivivere con la stessa intensità di quelli veri.
Lei all’inizio fu spaventata da questa possibilità, ma poi decise che forse era quello il vero regalo, il modo che lui aveva scelto per combattere la morte e la separazione. Nuovi ricordi. Una nuova vita insieme a lui. Così, alla fine, lei si lasciò andare, sempre più attratta da quella luce verde che per lei finì per rappresentare il semaforo che lasciava libera la sua mente di partire verso nuovi ricordi da esplorare.
Per anni quella fu la sua seconda vita, il suo rifugio segreto. Il luogo dove riprendersi la vita che le era stata portata via, ma allo stesso tempo il modo per ritrovare la forza di ritornare a una vita normale. Ogni volta che la luce verde si accendeva, la storia con lui continuava con un nuovo ricordo.
Ma non erano sempre dei bei momenti. A volte lei lo trovava indisponente per quella sua aria da ragazzino irresponsabile o quando lui si chiudeva a guscio perché aveva qualche nuova improrogabile idea per la testa. Finché non arrivò il ricordo di una frettolosa partenza, un addio un po’ sgarbato, un treno che partiva con lei da sola, una lettera dal tono distratto e un po’ colpevole. La sua grafia chiara e un po’ infantile che non chiedeva scusa, che non offriva giustificazioni, ma solo irritanti banalità come se non avesse più voglia di riconquistarla.
Lei decise di non raccontare più niente alla macchina e alla fine la luce rossa si spense da sola.

Dopo qualche tempo, durante un trasloco, quando un’altra vita era cominciata, lei ritrovò la macchina in un cassetto e un po’ per gioco, un po’ per nostalgia premette il pulsante, ma la luce rimase spenta.
Le batterie… sono sicuramente le batterie, pensò, ma lei non sapeva come sostituirle, perciò portò la macchinetta da un tecnico. Quello la aprì e trovò subito le pile esaurite, ma mentre la riconsegnava le disse:
– Non capisco a cosa possa servire quest’affare. Praticamente è un banalissimo timer al quarzo, come quelli delle cucine, ma con temporizzazione random. Premendo il pulsante si accende alternativamente la luce rossa e poi quella luce verde. Niente di più: lo spinotto del microfono e degli auricolari non sono nemmeno collegati…
Quando il significato di quelle parole raggiunse il suo cervello lei da principio provò una profonda rabbia e si sentì defraudata di qualcosa. Poi sopraggiunse un ricordo. Di lui che la guardava con quell’aria divertita che la faceva infuriare quando lei non riusciva a manovrare uno dei suoi aggeggi complicati. Un ricordo nuovo di zecca.

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Salvatore Mulliri “Isola Virtuale”
Isola Virtuale

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(marco manicardi)
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