Quattrocento anni luce senza un maledetto bar

di Cristiano Micucci “Mix”

Guidare trasporti mercantili è uno dei lavori più infami che possa capitarvi in tutta la galassia; di ignobili ce ne sono parecchi in giro: estrattore di gas asteroidali, fotografo di buchi neri, cameriere sul pianeta-hotel Majestic, tanto per dirne alcuni, ma niente regge il confronto con la maledizione di pilotare uno di quei bestioni. La teoria è facile: salite, girate la chiave d’accensione e viaggiate fino alla vostra destinazione, atterrate, lasciate il carico e arrivederci e grazie. Liscio come l’olio. Peccato che le cose non vadano mai così.
Il pilota merci è infatti il lavoro col maggiore scarto tra teoria e pratica tra tutti quelli a cui potete dedicarvi nell’universo conosciuto. Non ci sono né manuali né scuole che possano insegnarvelo: si impara facendolo, in minima parte, e non si impara affatto per la maggior parte. L’unico vero metodo è la fortuna: se l’avete, siete un bravo pilota, se non l’avete probabilmente siete già morti da tempo. Certo, un po’ d’abilità e di sale in zucca ci vogliono, ma v’assicuro che non sono determinanti, anzi, qualche volta riescono solo a peggiorare le cose. Non c’è da stupirsi se i piloti merci sembrano gente sopravvissuta ai peggiori cataclismi galattici, perché, almeno quelli in vita, lo sono sul serio. Una conseguenza poco divertente è che questi piloti sono quasi tutti vittima di una sorta di delirio d’onnipotenza, spesso misto a tracce di schizofrenia, il che non li rende certo i migliori compagni di sbronza. La maggior parte delle persone sane di mente tende infatti a evitare gli spazioporti mercantili, a meno di non voler fare esperienza di un luogo che è l’esatto punto d’incontro tra un circo di pessima qualità e un ospedale psichiatrico della stessa risma. Se andate volontariamente in luoghi del genere i casi sono due: o lo fate per motivi di studio, oppure siete voi i motivi di studio.
Quell’abissale scarto tra teoria e pratica significa, in poche parole, che mentre siete alla guida di un trasporto merci tutto ciò che di negativo riuscite a immaginare è possibile che accada. E questo è il problema minore. La questione si fa più difficile con l’infinità di circostanze negative che neanche riuscite a immaginare, perché nella maggior parte dei casi sono quelle a verificarsi. Fino a poco tempo fa era tradizione applicare sulla plancia principale di ogni trasporto una targa con su scritto “Incrociate le dita”, ovvero l’unico consiglio che non suonasse ridicolo persino nei momenti peggiori. Tale pratica è stata poi messa sotto accusa dai sindacati dei piloti di razze non dotate di dita, che rivendicavano un motto valido anche per loro. Dopo scioperi, manifestazioni e almeno un paio di sparatorie, si giunse a un compromesso valido indipendentemente dall’anatomia del trasportatore e si decise di scrivere “Se leggi qui sei ancora vivo”: ha tutto un altro impatto, bisogna ammetterlo, ma almeno non crea false speranze.
Una lista delle cose che possono andar male durante un trasporto non è mai stata compilata, e il motivo è semplice: i problemi che si presentano sono ogni volta nuovi. Certo, potete mettervi a tavolino e organizzare i problemi in categorie, sequenze e cronologie, fare schemi, tabelle e diagrammi: sarebbe comunque fatica sprecata. Anche se cercate di razionalizzarli, i problemi mutano in modo sottile, si spostano, slittano e cambiano forma, e alla fine ne avrete ricavato solo un gran mal di testa. Mi ricordo di un tizio, qualche anno fa, un matematico di nome Kolosimov, s’era messo in testa di studiare il fenomeno per ricavarne dei modelli matematici: voleva dare ordine a quel caos ribollente. Sei mesi più tardi convocò una conferenza stampa in cui annunciò il suo matrimonio con una coccinella. Fosse stato su Lugon Delta non ci sarebbe stato niente di strano, ma sul suo pianeta significava solo una cosa: Kolosimov era andato fuori di testa. L’unico risultato che raggiunse, a parte la follia, fu quello di battezzare la mai nata scienza: la chiamò Problematematica. Benché nessuno degli spocchiosi dizionari in circolazione riporti l’aggettivo corrispondente, noi piloti lo usiamo comunemente nel nostro gergo per indicare una cosa palesemente impossibile. Per esempio, se mi viene chiesto di attraccare con una nave di classe Colossus a un porto orbitante senza l’aiuto dei rimorchiatori, io rispondo che è problematematico, poi incrocio le braccia e aspetto che vengano a trainarmi. A dirla tutta non si tratta davvero di una manovra problematematica, perché con un po’ di pazienza e sudore si può eseguire, se siete piloti di una certa esperienza, però è una vera rottura: meglio lasciar fare ai rimorchiatori, tanto paga la ditta.

Non gli si fosse squagliato il cervello, magari Kolosimov avrebbe potuto far luce su uno dei più grandi misteri del mondo dei trasporti spaziali, quello che noi del mestiere chiamiamo l’inspiegabile asimmetria personemerci. In poche parole si tratta di questo: nei voli passeggeri fila sempre tutto liscio. Nessun imprevisto, nessun accidente, niente di niente: tutto va come dovrebbe andare.
Ogni pilota ha la sua teoria al riguardo. Molti credono che le motivazioni tecniche siano decisive: i trasporti passeggeri hanno apparati migliori, più sofisticati e meglio progettati, hanno un’attenta pianificazione delle rotte e delle procedure di volo, sistemi di controllo più solidi, tecnici esperti a terra e una puntigliosa e costante manutenzione. Non si può dire che non siano ragioni ben fondate. Nonostante ciò, esiste una vasta casistica che smentisce questo tentativo di spiegazione. Tutt’altro che rari sono infatti i casi di navi merci nuove di zecca, costruite con tecnologie dell’ultima generazione e in base ai più rigidi criteri di sicurezza, che al primo viaggio perdono i pezzi, coi sistemi che vanno in avaria uno dopo l’altro e gli allarmi che suonano ogni trenta secondi. Oppure ci sono quelle compagnie di trasporti che pianificano i viaggi con un’attenzione maniacale, fino al minimo dettaglio, calcolando anche la variabile più inutile con la massima precisione, che però finiscono per ritrovarsi le navi senza carburante a metà tragitto, oppure fuori rotta di qualche centinaio di anni luce, quando non gli succeda di non trovarle più affatto. E poi, diciamocela tutta: molti viaggi passeggeri a basso costo si effettuano con trasporti vecchi di decine di anni, di seconda o terza mano, eppure arrivano a destinazione senza guai di alcun tipo. Per non parlare degli abusivi che girano per lo spazio con ridicoli trabiccoli o pezzi da museo ma che arrivano sempre fino a destinazione tutti interi, coi passeggeri magari un po’ incazzati ma vivi e vegeti.
Personalmente la teoria che prediligo per spiegare l’asimmetria persone-merci è quella dell’aura positiva delle creature intelligenti, ovvero: le forme di vita dotate d’intelletto sono circondate da una specie di alone di energia positiva che tende a proteggerle dal caso avverso, come fosse una difesa che la natura si è inventata per controbilanciare l’enorme numero di accidenti negativi che si nascondono in tutti gli angoli del cosmo. Ora, quando nello stesso luogo ci sono più creature intelligenti, quest’aura si somma, e scongiura qualsiasi catastrofe. Bisogna però ammettere che questa teoria ha dei solidi controesempi: un volo passeggeri con poche persone a bordo, ad esempio, dovrebbe vedersela brutta quasi come un qualsiasi trasporto merci, ma non un solo caso del genere è stato mai registrato. Una variante di questa teoria afferma perciò che sono i sedili dei trasporti passeggeri, e non i passeggeri stessi, a emanare quell’aura. Resta comunque tutto da dimostrare.
Al di là di tutte le teorie, resta il fatto che fare il pilota di cargo è una sciagura. Sciagura seconda solo a quella di fare il pilota passeggeri, che, per colpa della famosa asimmetria, è il lavoro più noioso dell’universo, al punto che il numero di piloti mercantili che passano a miglior vita a causa delle mille insidie del mestiere è molto vicino a quello dei piloti passeggeri che decidono di porre fine alla propria esistenza, perché afflitti da una forma irreversibile di tedio cosmico.
Come avrete capito, di piloti in giro ce n’è sempre bisogno: un po’ per l’alta mortalità, un po’ perché quelli con un minimo di cervello si tengono a debita distanza da un lavoro che potrebbe farli ammazzare, in tutti i sensi. Non c’è quindi da stupirsi se la categoria è ricca di individui dal passato più o meno burrascoso, per usare un termine delicato. Gli ex galeotti sono probabilmente i più numerosi, insieme agli ex militari, poi ci sono gli ex commercialisti: tutta gente che ne ha viste abbastanza da non impazzire al primo viaggio. Qualcuno dice che i trasporti spaziali offrano sempre una seconda possibilità. Io dico che può essere anche la terza, la quarta e via così, di certo è l’ultima che avete a disposizione. Per quanto mi riguarda, questo mestiere non è stata la mia seconda possibilità, perché a me stava benissimo la prima. Ecco com’è andata.

Facevo il manovratore, cioè quello che nelle stazioni e negli attracchi sposta le navi in vista del carico e della partenza; insomma una specie di parcheggiatore (ma non dite mai a un manovratore che fa il parcheggiatore, è morta più gente così che per le sigarette). Magari è un lavoro un po’ noioso, però è pagato dignitosamente; in più, se uno ha voglia di viaggiare e vedersi un po’ di galassia, è il modo giusto per farlo. All’inizio ho lavorato a terra, sul mio pianeta d’origine, che anche se ve lo nomino non avete idea di dove diavolo sia, tanto è piccolo e insignificante. Lì qualche danno l’ho combinato, come tutti i manovratori alle prime armi: a ogni modo, le navi erano così malmesse che nessuno ci fece troppo caso. Inoltre durante l’apprendistato non uccisi nessuno, segno di grande professionalità. Poi, imparato a fare quel che c’era da fare, ho visto bene di scapparmene via da quel pezzo di roccia provinciale e triste, e ho girato da un sistema all’altro, lavorando più che altro su stazioni orbitanti o terminali extra planetari, qualche volta anche in snodi profondi. Per sei mesi ho persino lavorato su una stazione di confine, mesi che ho passato con la pelle d’oca giorno e notte; dicono succeda a tutti: è l’effetto che fa avere qualche milione di anni luce di vuoto assoluto a un passo da sé. Sono andato avanti così per qualche anno, visitando molti luoghi strani e conoscendo creature altrettanto singolari, e alla fine sono anche diventato manovratore di prima classe, cioè potevo manovrare trasporti di qualsiasi stazza.
Con una qualifica del genere ci si può permettere il lusso di fare un po’ gli schizzinosi senza dover correre dietro alle varie offerte di lavoro, scegliendosi così una destinazione interessante. Non passò molto tempo che accettai un incarico su un’orbitante nel sistema Abertiff: da molti avevo sentito dire che lì c’erano i migliori bar della galassia, così non mi feci sfuggire l’occasione. Iniziai perciò a manovrare sulla Goliardo, attracco piuttosto importante in quel settore, e impiegai poche settimane per verificare che la reputazione dei bar – soprattutto quelli di Abertiff Beta – era pienamente meritata.
Dunque m’ero sistemato alla grande: si lavorava bene e si beveva meglio. A fine turno si andava sempre a fare il tour dei bar insieme ai colleghi dell’attracco, con in prima linea il supervisore, ovvero il capo dei manovratori, un antareano che si chiamava Nesmlakinesitirgilai – ovviamente tutti lo chiamavano Nes – e che era in assoluto il più grande bevitore che avessi avuto il piacere di conoscere in vita mia, oltre che uno dei migliori barzellettieri. Una volta lo vidi con i miei occhi tracannare dodici Materia oscura uno dopo l’altro, alla goccia, e alla fine chiedere qualcosa di fresco da bere, alcolico naturalmente, perché gli era rimasto un po’ di bruciore in gola. Il fatto di essere antareano gli dava indiscutibilmente una marcia in più, in fatto di alcolici, ma bisogna anche ricordare che in parecchi sistemi la somministrazione di quel cocktail è stata dichiarata reato, equiparata all’omicidio preterintenzionale. Dopo un paio d’anni che ero sulla Goliardo quel pazzo di Nes si fece ammazzare in una rissa su Abertiff Delta: l’universo è pieno di gente priva del senso dell’umorismo.
A sostituirlo arrivò un tizio di nome Sal, un umanoide basso grasso e calvo, perennemente sudato e tutt’altro che spiritoso. Astemio, non dico altro. Era pessimo anche come supervisore, disorganizzato e incline al panico. Un giorno, il giorno maledetto in cui divenni pilota, durante un turno, dopo aver parcheggiato un paio di navi, mi stavo facendo un triplo caffè: la sera precedente con gli altri dell’attracco avevamo ricordato, per l’undicesima volta nell’arco di due mesi, la scomparsa del nostro caro amico Nes, e l’avevamo fatto come lui avrebbe desiderato, sbronzandoci come antareani. Mentre aspettavo che la macchina sputasse le ultime gocce del mio caffè ecco che entra in sala ristoro Sal, sudato, paonazzo e con gli occhi di fuori. C’ero solo io là dentro, e la cosa sembrò quasi causargli un infarto.
– Tu.
– Io cosa, capo?
– Sai pilotare?
– Sono un manovratore.
– Ti ho chiesto se sai pilotare.
– Sono di prima classe, certo che so pilotare.
– Devi farmi un viaggio.
– Ci sono i piloti per queste cose.
– Non ce l’ho un pilota disponibile.
– Allora niente trasporto.
– Ascolta, ho un carico che se non parte entro un’ora sono nella merda fino al collo.
– Non è un mio problema.
– Lo è se ti butto fuori!
– Questa è bella: sei qui da un battito di ciglia e pensi di far fuori il miglior manovratore della stazione. Guarda Sal che sei un supervisore, uno scribacchino che compila tabelle, prepara turni e poco più, e nemmeno tanto bravo a quanto pare. Sono io quello che può farti licenziare: se racconto agli amici su in amministrazione che sei rimasto scoperto di piloti ti ritrovi col culo nello spazio in un lampo di raggi gamma.
– Ok ok. Mi dispiace. È che sono nel panico, devi aiutarmi. Ti prego, aiutami! Ti raddoppio la paga di questa settimana.
Ahia, il bastardo ha individuato la strategia giusta. Comunque resistere non è un problema: non sono veniale, non per così poco almeno. Sorseggio silenzioso il mio caffè.
– Ti raddoppio la paga di questo mese.
Cosa?! Quest’uomo dev’essere disperato. Gioca a carte scoperte e rilancia da scriteriato: magari trovare gente così a poker. La cifra inizia a diventare seriamente interessante. In fondo un viaggetto lo posso anche fare, che mi costa? Vado, scarico e torno. Liscio come l’olio. Che può succedere? Mi chiedo se questo pazzo è abbastanza cogl…
– Ti raddoppio la paga di sei mesi.
Lo è.
– Accetto.
Fu così che mi ritrovai a fare il pilota per la prima volta. Ricordo di aver pensato che quella cifra sarebbe stata sufficiente a farmi trascurare anche l’evento più nefasto del viaggio. Accecato da quel bel mucchio di soldi mi convinsi che tutte le storie che avevo sentito raccontare negli anni dai piloti non erano che invenzioni di menti disturbate e paranoiche. Si trattava senza dubbio di un lavoro con la sua buona dose di rischi, ma quanti ce n’erano in giro per la galassia di pericolosi? Migliaia. Però se ne lamentavano solo quelli dei trasporti merci. Che gente! Questo pensai. Fui un idiota, solo che me ne resi conto troppo tardi, come spesso capita.

Le premesse sembravano ottime: la nave era una classe Midori, robetta in termini di stazza – e quindi migliore in manovrabilità – rispetto ai mastodonti che ero abituato a trattare, e aveva il classico disegno a guscio ellittico allungato che aveva fatto furore a metà degli anni ’60; aveva qualche annetto, questo sì, però mi era sembrata messa bene, qualche giorno prima, quando ero salito a bordo per parcheggiarla. Il carico era un “vivo”, ovvero forme di vita a trascurabile contenuto di intelligenza, nel caso specifico vacche viola di Vizer Gamma, che avrebbero compiuto con me il loro ultimo tragitto spaziale prima di finire macellate e poi in comode confezioni famiglia: a volte il detto “dalle stelle alle stalle” suona persino ottimistico. Che fosse un carico a basso rischio era lampante: un mucchio di quadrupedi mugghianti non può lontanamente competere con una lunga lista di merci, biologiche, non biologiche e dubbie, ufficialmente riconosciute come pericolose. In cima alla lista ci sono le Sfere di Palto, che ancora non si è capito se siano forme di vita, forme di energia o semplici scherzi della natura: fatto sta che a oggi non si registra neanche un solo carico del genere giunto a destinazione. Le navi che le trasportano hanno il brutto vizio di sparire nel nulla all’improvviso. Perciò, in una scala di pericolosità che va da 1 a 100, dove con 1 si indicano le suddette Sfere, il mio carico corrispondeva più o meno a 97. La stiva vuota, per ragioni che non sono del tutto chiare, corrisponde a 93.
Anche la destinazione e il tragitto non sembravano rappresentare un problema. Il sistema Merida non era certo il centro dell’universo, e non lo è diventato nel frattempo, e il percorso per raggiungerlo non includeva né grandi vie di comunicazione, né zone di guerra e nemmeno aree ad alta criminalità: prevedevo zero traffico, zero controlli, zero arrembaggi. Calcolai a mente che, senza pestare troppo sull’acceleratore, inclusi i rifornimenti, le soste e qualche disguido, avrei impiegato circa 30 ore per arrivare su Merida Alfa. Andata e ritorno in tre giorni circa. Tre giorni per sei mesi di paga: geniale!
Sal disse che la nave era già pronta, rifornita del necessario, con tutti i sistemi testati e operativi e i documenti di trasporto in regola: non restava che saltar su e partire. Poi mi accompagnò al ponte 23, dov’era attraccata la Dorotea.
– In bocca al lupo. E vedi di non distruggerla.
– Non preoccuparti Sal. Ci vediamo fra tre giorni.
Non rispose, però fece una faccia strana; al momento fu un dettaglio a cui non diedi peso, poi capii che quell’espressione significava “povero illuso, si vede che è il primo trasporto che fai”. Maledetta comunicazione non verbale.
Sulla Dorotea era tutto in ordine: mi sedetti in plancia e dopo le operazioni preliminari iniziai a manovrare per disattraccare. Seguendo i corridoi di uscita portai la nave lontano dalla Goliardo, dopodiché puntai verso l’ingresso dell’IP 273. Il traffico era sostenuto, come sempre in quel sistema, ma piuttosto scorrevole: in pochi minuti fui sulla direttrice principale. Mentre raggiungevo i confini del sistema Abertiff mi convinsi del fatto che l’unica sostanziale differenza tra manovrare e pilotare fosse che pilotare è meno faticoso, perché il grosso del lavoro lo fa il computer di bordo, basta tenerlo d’occhio. Una volta uscito dal sistema planetario mi diressi verso l’Interstellare 121, dove finalmente avrei attivato i motori superluce, per poi concedermi un po’ di meritato relax. L’ingresso dell’IS 121 era completamente sgombro, così in pochi istanti mi ritrovai a viaggiare bello spedito verso il prossimo snodo del tragitto. Tutto liscio.
Controllai che i parametri di volo fossero a posto e prima di lasciare tutto in mano al computer mi soffermai con lo sguardo sulla tradizionale targa fissata sopra la console principale, pensando all’enorme farsa che i piloti mercantili avevano imbastito negli anni attorno al loro mestiere, alle leggende fasulle che avevano inventato e all’alone di falso mistero con cui avevano sbeffeggiato tutto e tutti. Un misto di ammirazione e disprezzo mi disegnò un ghigno silenzioso in faccia. Tutto liscio.
Chiesi al computer della musica ambient e visto che avevo davanti qualche ora di dolce far nulla mi lanciai saggiamente alla ricerca dell’angolo bar per prepararmi un – almeno per iniziare – bel cocktail. Sul ponte di guida non ve n’era traccia, cosa che non mi preoccupò eccessivamente: su quel genere di veicoli, di piccola stazza e coi suoi annetti, un minibar in plancia c’è solo se è stato installato come optional dal proprietario della nave. Tenendo conto che di solito chi possiede la nave e chi la guida non sono la stessa persona, capirete che come modifica è piuttosto rara. Solo negli ultimi tempi, dopo che le vivaci proteste dei piloti hanno assunto il carattere di guerriglia, le industrie di veicoli spaziali hanno iniziato a inserire l’angolo bar come dotazione standard su tutte le navi da carico.
Mi avviai convinto verso la zona degli alloggi; nel breve tragitto notai per un attimo uno strano odore, l’idea del cocktail però occupava già appieno il mio cervello, così lo classificai come trascurabile anomalia. Nonostante le attente ricerche non fui in grado neanche lì di scovare un angolo bar, probabilmente perché non c’era. C’erano dei piccoli frigoriferi qua e là, questo sì, ma nessuno conteneva liquidi o solidi con anche solo minime tracce di alcol. La mia delusione stava rapidamente trasformandosi in preoccupazione, con dosi sempre più consistenti di disperazione: corsi letteralmente verso la cambusa. Mentre la esploravo il panico iniziò ad arrivarmi addosso a ondate di intensità sempre maggiore. Dopo pochi minuti la verità mi investì in tutta la sua fatale tragicità: Sal, lurido mentecatto, convinto che nell’universo quella sua malattia, l’astemia, fosse la regola invece che l’eccezione, non si era premurato di preparare una scorta di alcolici per il viaggio. In poche parole, non c’era una goccia d’alcol su tutta la nave. Quello fu l’istante esatto in cui tutto smise di filare liscio.

Non è il caso di farvi il resoconto completo di tutte le catastrofi che accaddero in quel mio primo viaggio da pilota, innanzitutto perché una lista anche solo sintetica occuperebbe svariate pagine, e soprattutto perché suonerebbe alquanto ipocrita lamentarmi tanto di quella drammatica avventura, visto che poi il pilota ho continuato a farlo. Tagliando corto e trascurando molto di quel che avvenne, posso dirvi che non riuscii a procurarmi neanche una singola molecola alcolica. Il magnifico piano che elaborai e che prevedeva molto semplicemente di fare scalo in una delle stazioni di transito lungo il tragitto, per saccheggiarne il bar, fallì miseramente per un piccolo particolare: in quattrocento anni luce di strada non trovai un solo, misero, maledettissimo bar aperto. Uno era chiuso per lutto, un altro era chiuso perché aveva subito una rapina un paio d’ore prima, un altro non esisteva più, spazzato via assieme a tutta la stazione di transito da un “vasto conflitto a fuoco tra navi da guerra di origine sconosciuta” – così dissero nei notiziari – un altro non era mai esistito se non nelle mappe del computer di bordo, un altro ancora era chiuso per turno. Tentai anche in più di un’occasione di scroccare dell’alcol ad altri piloti, senza mai avere successo: quei pochi che incontrai se lo tenevano stretto per ovvi motivi.
A parte questa, che fu la tragedia principale, o almeno fu quella che mi colpì più dolorosamente nell’intimo, un’altra a cui voglio accennare, avendo già raccontato l’antefatto, fu quella della puzza. Premesso che le vacche viola di Vizer Gamma sono fra gli animali più puliti della Galassia, bisogna tuttavia far notare che i loro escrementi sono probabilmente l’oggetto più puzzolente mai esistito da che ci fu il grande botto all’inizio dell’universo. Inoltre, non so per quale strano mistero della chimica, quel mefitico odore riesce a impregnare qualsiasi materiale, nonché a insinuarsi lento e inesorabile attraverso le fessure più microscopiche. Ora, poiché le porte fra i diversi scomparti della Dorotea forse erano state ermetiche in un lontano passato, ma ormai non lo erano più, nel giro di qualche ora l’aria divenne irrespirabile su tutta la nave. La situazione fu sotto controllo finché non finirono le scorte di deodorante al ciclamino con cui saturavo l’aria del ponte principale: da quel momento in poi viaggiai col naso tappato – evito volentieri di raccontarvi le diverse tecniche che utilizzai – rimandando l’uso della tuta spaziale di emergenza e la sua autonomia d’ossigeno a quando fossi stato sicuro di essere sull’orlo della pazzia.
Tra gli inconvenienti “minori”, solo nel senso della durata, meritano di essere citati: una tempesta elettromagnetica; un controllo della Polizia spaziale con conseguente multa – tre mesi di paga, che in base al contratto galattico dei piloti che comunque non avevo mai firmato dovevo sborsare io – perché circolavo senza l’abilitazione a pilota interstellare; un controllo dei vigili del sistema Mooy con conseguente multa – tre mesi di paga – perché in base alla loro normativa interplanetaria, appositamente elaborata per fare cassa, viaggiavo a velocità troppo elevata; un’alquanto singolare avaria del computer di bordo, il quale passò più di tre ore cercando di convincermi – con argomenti interessanti, non c’è che dire – che fosse vivo; un assalto di pirati completamente disinteressati alle vacche viola di Vizer Gamma ma che rimasero talmente colpiti dalle mie scorte alimentari che decisero di trasferirle per intero sulla loro nave, lasciandomi come unico sostentamento alcune barrette energetiche al gusto di cartone pressato.
Tutto ciò limitando il discorso al solo viaggio di andata. Quello di ritorno non fu da meno, però ve lo risparmio: vi dico solo, tanto per darvi un parametro di riferimento, che per sei ore sono stato presidente del sistema Mooy; ciononostante non riuscii a farmi togliere quella dannata multa.

Feci ritorno alla Goliardo undici giorni dopo la mia partenza: il margine d’errore rispetto ai calcoli che avevo fatto prima di decollare era talmente spropositato da giustificare pienamente la strana espressione stampata sul volto di Sal prima del decollo. Non per niente quando piombai con violenza nel suo ufficio la prima cosa che mi disse fu: – Ti aspettavo per ieri. Qualche contrattempo?
Lo insultai e maledissi senza interruzione per un buon quarto d’ora, per la storia dell’alcol, poi gli raccontai del viaggio delirante. Mi ascoltò con grande attenzione, poi alla fine mi chiese: – Di che ti lamenti? Sei vivo, no? Va bene, sembri un reduce della Guerra dei sette sistemi, però sei qui che sbraiti e t’incazzi, quindi dubito tu sia morto durante il viaggio. Ti pare poco? L’hai consegnato il carico?
– Sì che l’ho consegnato! Qualche vacca è arrivata praticamente già macellata ma nessuno s’è lamentato.
– La nave è a pezzi?
– Macché, non ha un graffio, e non chiedermi per quale diavolo di motivo. Oltretutto nell’ultima ora di viaggio non c’è stata la benché minima avaria. È come se non fosse mai decollata.
– Perfetto.
– Queste sono le multe che ho preso.
– Lo sai, vero, che sono a tuo carico?
– Lo so.
– Se ti fai beccare…
– T’ho detto che lo so.
– Allora, vediamo un po’: avevamo concordato per sei mesi di paga doppia. Se però ti faccio il favore di scalare i soldi delle multe…
– Non farla tanto lunga, Sal. Direi che siamo pari così. Mi prendo quarantott’ore di riposo, va bene?
– Ok, rimettiti in sesto, non ti si può guardare.
– Molto divertente. Ci vediamo tra un paio di giorni.
Due ore dopo ero su Abertiff Beta con il solito gruppo di colleghi assetati; avevo due missioni: recuperare i giorni che ero rimasto a bocca asciutta e festeggiare il fatto di essere vivo. Mi presi una delle più grandi sbronze della mia vita. Un collega di vecchia data, qualche giorno dopo, mi confessò: – Kar, volevo ringraziarti per l’altra sera: vederti tracannare tutto quell’alcol e sentirti raccontare quelle assurde storie m’ha fatto tornare alla mente quello sciroccato di Nes: era da un pezzo che non mi divertivo così.

Nonostante un’emicrania spaventosa, che si prolungò per parecchi giorni, tornai regolarmente al mio lavoro di manovratore. La vita riprese il solito ritmo: manovre e cocktail, come da copione. Andai avanti così per una settimana. Poi successe qualcosa; anzi, m’accorsi che qualcosa non funzionava: un senso di noia mi cresceva dentro giorno dopo giorno, sfociando spesso in vero e proprio malumore. Il lavoro era diventato all’improvviso così ripetitivo da risultare insopportabile e – fatto ancor più grave – anche i bar di Abertiff Beta iniziarono a sembrarmi scialbi e deprimenti. Era come se qualcuno avesse tirato una secchiata di vernice grigia su tutto quello che mi circondava.
All’inizio non capii, mi dissi che tutti hanno alti e bassi, e io in quel momento probabilmente avevo un basso. La risposta arrivò improvvisa, come una sorta d’illuminazione. Stavo manovrando una classe Nova per prepararla alla partenza: il carico era a posto, così come tutti i sistemi di bordo; non rimaneva che metterla in posizione e lasciarla alle cure del suo pilota. Mentre ero lì che ultimavo il mio lavoro, seduto alla guida di un trasporto pronto a spiccare il volo, alzai gli occhi oltre i comandi e vidi di fronte a me il traffico dei corridoi di lancio, e più oltre Abertiff Alfa, e ancora oltre le stelle, migliaia, di altri sistemi, e più in là, fino all’infinito, l’oscurità dello spazio. D’istinto poggiai la mano sui comandi dei motori subluce, quelli per spiccare il primo balzo, ma non li avviai. Parcheggiai la nave, scesi, augurai in bocca al lupo al pilota, andai in ufficio da Sal e gli dissi: – Hai bisogno di un pilota?
– C’è sempre bisogno di un pilota.
– Ora ce l’hai.

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Cristiano Micucci “Mix”
Grouchomarxista praticante. Esploratore (a piedi) della Galassia.
Uraniborg

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(marco manicardi)
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