Pensiamo al futuro

Ecco fatto.

Qui potete scaricare gratuitamente l’ennesimo libro della fantascienza, nei tre formati classici dei libri elettrici (pdf, epub e mobi).
Qui potete leggere i post che stavano ne l’ennesimo libro della fantascienza e che abbiamo messo su l’ennesimo blog della fantascienza.
Qui c’è l’elenco dei titoli e degli autori.
Qui potete leggere un paio di inediti che ci erano arrivati dopo che avevamo pubblicato l’ennesimo libro della fantascienza.

E questo è tutto. L’ennesimo blog della fantascienza, per ora, si ferma.

Se volete mandarci degli altri racconti, delle poesie, delle foto, dei disegni o dei ragionamenti fantascientifici, noi li prendiamo volentieri e poi li pubblichiamo da queste parti, nella sezione inediti (ricordate che c’è solo una regola da rispettare: NO FANTASY).

Chissà che un giorno non ne venga fuori l’n+1-esimo libro della fantascienza.
Pensiamo già al futuro.

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Il messaggio dal futuro

di Luca Zirondoli “carlo dulinizo”

Caro lettore che ti appresti a leggere queste righe, stai per leggere il più grande segreto della storia, quindi preparati, chiunque tu sia.
Da millenni noi uomini abbiamo scandito la nostra vita basandoci su tre coordinate temporali: passato, presente e futuro.
Da millenni, per ricordarci il passato, per registrare l’impressione del presente e immaginare il futuro usiamo verbi coniugati, che si accordano e seguono placidamente la nostra scansione temporale.
E il nostro problema è sempre stato questo: abbiamo sempre messo, come si suol dire, il carro davanti ai buoi, e abbiamo sempre fatto una fatica immane ma i buoi, giustamente, non ce l’hanno mai detto perché, checché ne dica la psicozootecnica Alexadra Frizonaz, i buoi e i verbi non sanno parlare.
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Pancho – Missione di Soccorso

di “FFrancesco”

Pancho_MissioneDiSoccorso
(Qui La Battaglia di Hunz; di seguito, il seguito.)

“Qui è buio, sono stanchissimo, direi proprio che ormai è finita. Spero ci sia abbastanza inchiostro in questa pelikan, e che mi reggano le forze prima di “

Nel biglietto, ritrovato da Tex in uno dei suoi pattugliamenti della Stanza a bordo di una Giulietta Polistil, non si leggeva altro, queste erano le ultime parole scritte dal messicano Pancho prima di scomparire nel nulla. Continua a leggere

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(quarta di copertina)

di Pino Zennaro “thuna”


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la lepre la stella

di simone rossi

Sono due storie inspiegabili. Sono tutte e due vere. Una l’ho vissuta in prima persona, l’altra me l’ha raccontata il mio amico Marcello di cui mi fido molto. Una è corta, l’altra è lunga. Una è invernale, l’altra estiva. Adesso le racconto tutte e due. Prima quella lunga, poi quella corta.
Aveva nevicato molto e le strade erano impraticabili, ma dovevo andare per forza e allora sono andato. Saranno state le otto di sera. In giro non c’era nessuno. Guido a passo d’uomo facendo la massima attenzione possibile, poi su un rettilineo largo vuoto e relativamente pulito mi prende la spavalderia e accelero. A un certo punto dal nulla spunta una lepre. Continua a leggere

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My Name Is Wiligelmo

di Antonio Borelli “cidindon”

Avevano costruito un nuovo tratto di tangenziale.
Grossi piloni a sostenere un arco di cemento.
Poi avevano ripensato la vecchia strada, ampliandola in una lingua d’asfalto a due corsie che finiva in un fiocco grigio composto da due rotonde che disegnavano un otto con ornamento di piante all’interno. Da qui le strade si diramavano in ogni direzione con bonus di nuova salita che entrava nel cuore ricoperto di smog della tangenziale.
Una delle direzioni portava al paese, percorreva la morbida curva della rotonda e poi la magia di percorsi moderni si interrompeva quando le gomme dei mezzi incrociavano le vecchie tracce della ferrovia, facevano una leggera salita e scendevano altrettanto leggermente nella vecchia strada, quella che i fondi provinciali non avevano ammodernato.
Lì, le auto correvano parallele con la ferrovia, fino ad arrivare al centro del paese. Lì, al mattino si formavano le code dei pendolari che attendevano il loro turno per immettersi nella nuova strada.

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Krasnaya Luna

di Roberto Corsini “Gravitazero”

Dopo circa venti minuti che se ne stava sdraiato sulla schiena, Igor Belayev decise che era morto. Sopra di lui, basso sull’orizzonte, il globo verdazzurro galleggiava come un’enorme medusa sullo sfondo del cielo nerissimo, punteggiato di stelle. Una volta, si ricordò, le aveva viste le meduse. Era stato durante un periodo di addestramento sul Mar Nero. Erano arrivate durante la notte, a migliaia. All’alba, mentre correva sulla spiaggia, Igor era rimasto stupefatto dalla coltre rosa che ricopriva il mare immobile, a perdita d’occhio. Si era chiesto quante potessero essere, da dove fossero arrivate.
La mattina dopo, erano sparite. Anche di lui la mattina dopo non sarebbe rimasto più nulla, pensò.

La discesa gli tolse il fiato. Anche se la giornata non era fredda, si era levato un po’ di vento e Jack rabbrividiva nella maglietta sudata. I freni della bicicletta funzionavano male, e per evitare di cadere iniziò a rallentare ben prima di arrivare di fronte al bar. Per strada non c’era anima viva. Lasciò la bicicletta appoggiata al muro, senza legarla, e corse dentro. Era una vecchia bicicletta arrugginita, non sarebbe interessata a nessuno, e comunque di ladri nei paraggi non ce n’erano mai stati. Era in ritardo, e non voleva rischiare di perdersi nulla.

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